Dietro le quinte del libro "Festina Lente"


“Leggere è l’unica dipendenza che non nuoce, ed è la miglior cura per l’anima”, sostiene lo scrittore rumeno Dumitru Novac.

È sin da quando sono una bambina che ho interesse per la lettura e, ne sono abbastanza convinta, non credo che abbandonerò tanto facilmente questo immenso “piacere”.

Qualche anno fa ho avuto un momento di disinteresse totale per la lettura a causa di una grave perdita.

Piano piano però ho capito che leggere poteva salvarmi da un principio di forte depressione e, armata di coraggio e di una innata curiosità, ho ripreso tra le mani il romanzo che stavo leggendo e sono riuscita a finirlo senza troppi problemi.

Da allora non mi sono più fermata.

Ho letto libri che mi hanno lasciato dentro qualcosa, libri un pò più frivoli, ma con la classica "frase ad effetto" che è riuscita a convincermi a non abbandonarlo. 

Anche se il famoso scrittore francese Daniel Pennac, nel suo decalogo “Dieci diritti del lettore”, suggerisce che ci sia quello di abbandonare la lettura di un libro a metà, senza sentirsi in colpa, se proprio il genere di scrittura, la trama o altro, non fanno presa su di noi.


Di recente mi è capitato tra le mani il libro "Festina Lente" del geniale scrittore Roberto Robert.

Ed è proprio di questo libro che Pasticcio Di Rapanelli vuole parlare questo mese.

Non si tratta di un classico romanzo.

E’ un libro molto denso di fatti, che parla di attualità, racconta di una perdita e della conseguente mancanza difficile da colmare. Parla di razzismo e prepotenza verso le fasce più deboli della società.

Ma soprattutto, ed è la parte che più mi è piaciuta, parla di rivalsa verso questo mondo che non ci mette molto a piegarci a suo piacimento.

Parla di amicizia, amicizia vera, che va oltre la perdita.

Un libro che mi ha molto coinvolta e che consiglio vivamente a chi ama leggere, e anche a chi fatica un po’ a farlo, perchè è una scrittura che scorre veloce, senza intoppi, senza momenti troppo pesanti o  noiosi.

Ho contattato l’autore, tra l’altro una persona davvero disponibile e squisita, ed ecco cosa mi ha raccontato di “Festina Lente”, della scrittura in generale, e dei libri che ha, al momento, “in cantiere”.

 

1.“Festina Lente” è un romanzo che parla di amicizia, attualità, rivalsa sulle ingiustizie che la vita ci mette sempre davanti...oltre al bellissimo omaggio fatto ad un tuo vecchio amico, scomparso giovanissimo, c’è qualche altro messaggio da cogliere leggendo questo libro?

 

Innanzitutto, ti ringrazio per questa opportunità che mi permette di presentarmi e farmi conoscere, come scrittore locale, a molte persone interessate alla lettura.

“Festina Lente” è il mio primo romanzo, scritto d’istinto una ventina d’anni or sono e senza avere alcuna esperienza letteraria, salvo la passione per la narrativa che mi porto appresso fin da quando sono bambino.

I successivi cinque libri sono poi cresciuti sul piano narrativo, come hanno potuto rilevare i miei lettori più cari, e oggi ritengo di potermi davvero definire “scrittore”, anche perché ora che sono in pensione da qualche anno ne sto scrivendo altri tre in contemporanea, oltre ad aver tre o quattro nuovi soggetti in testa sui quali comincerò a lavorare quanto prima.

Messaggi particolari su“Festina Lente” non credo di averne. Come hai sottolineato, è una storia attuale che parla di una grande amicizia, valori che potremmo definire ‘eterni’. Essendo a quel tempo alle prime armi, avevo ritenuto di non caricare troppo la trama proprio per il timore di non riuscire ad affrontarla in modo corretto, cosa che oggi mi sento invece di fare: ogni nuovo libro è una sfida, cerco di renderlo più accattivante di quelli già scritti. 

 


2.
Cosa pensi che dovrebbe cambiare, dalla radice, per far vivere tranquilli anche Xavier, Ousmane, Doudou, e i loro amici e non creare queste situazioni di disagio e difficoltà?

 

Devo riconoscere che la funzione narrativa dei tre personaggi che hai citato, i ragazzi senegalesi amici del protagonista che vivono in modo clandestino, è rimasta intatta nonostante siano passati circa vent’anni dalla prima stesura del romanzo, e questo induce a pensare che i loro problemi – razzismo in primis – già attuali allora, lo rimangano al giorno d’oggi e lo saranno purtroppo per ancora molto tempo.

È un fatto che la maggior parte delle persone ritengano l’immigrazione uno dei peggiori mali della nostra società, ma quello che si dice oggi degli extracomunitari lo si diceva cinquant’anni fa dei meridionali. Cambiano i soggetti – il diverso, lo straniero, il povero – ma non il senso di fastidio se non addirittura di paura che costoro suscitano.

Anche se si sono fatti diversi passi in avanti rispetto a tematiche quali razzismo, accoglienza, inclusione, la società multietnica non piace a molti. Qualcuno che legge questo mio libro magari penserà: eccolo, questo è un altro dei soliti buonisti, o comunisti, o qualcosa di simile, dimenticandosi che il più importante Paese del mondo, gli USA, sono nati grazie ai milioni di immigrati arrivati da ogni continente, e molti dei quali erano italiani che sono arrivati in nave (ma nelle stive, non nelle cabine), mentre altri italiani sono andati a lavorare nella civilissima Europa – Germania, Svizzera, Belgio – per vivere di fatiche, vedendo  sulle porte dei bar i cartelli con la scritta “Vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”.

Per rispondere alla domanda, forse sarebbe già qualcosa leggere il saggio del giornalista Gian Antonio Stella “L’orda – quando gli albanesi eravamo noi”, un libro che descrive in maniera nitida e dettagliata l’emigrazione italiana durante un intero secolo.
E poi sarebbe utile che su questo, come su altri temi attuali, si smettesse di comportarsi come fossero partite di calcio: esaltazione della propria squadra contrapposta all’odio nei confronti delle altre. Che, nel tema in oggetto, diventa “tutti accolti” contro “tutti fuori”, ovvero la peggior soluzione possibile.

 

3.Pensi che la scrittura possa essere una forma di “terapia” per allentare le fragilità che ognuno di noi, o almeno la maggior parte, ha dentro?

 

Lo scrittore americano Raymond Carver ha scritto: “Ecco perché ho cominciato a scrivere. Perché altrimenti tutto era insopportabilmente noioso.”

Ci ho pensato spesso anch’io, e devo confessare che in un paio di occasioni la scrittura mi è stata d’aiuto durante alcuni momenti – diciamo così - problematici.

Questo però non credo debba significare che lo scrivere attribuisca poteri taumaturgici sia all’autore che ai suoi lettori; o meglio, forse questo privilegio è riservato agli scrittori di professione e di gran livello, non certo a me.

Pertanto, mi metto tranquillo, in attesa di crescere. Perché, come si dice a Bergamo, nella mia città, ‘ne hai ancora da mangiare, di polenta…’

 

4.Paolo, il protagonista di “Festina Lente” , è una tua fotografia di quando eri un ragazzo oppure è un insieme di tanti caratteri che hai conosciuto nel corso della tua vita?

 

In questo romanzo che, come detto, rappresenta il mio esordio come scrittore, d’istinto ho creato i personaggi mischiando un po’ le carte tra di loro, perché diversi erano amici personali e non volevo che poi, riconoscendosi in uno dei protagonisti della storia - magari negativo – si offendessero; poi, visto che con il primo libro è andato bene, ho deciso di continuare su questa strada.

In effetti, per chi mi conosce, non è difficile scoprirmi in qualche frase, o abitudine, o difetto; ma per non ‘tirarmela troppo’, come si dice, cerco sempre di utilizzare la giusta ironia.

Azzardo un paragone: questo modo di scrivere può ricordare l’arte del buon cucinare. Pensandoci, gli ingredienti di un libro – trama, linguaggio, personaggi, ambientazione, e altro ancora – vanno dosati con cura ed equilibrio, senza esagerare, altrimenti potrebbe capitare come in cucina: il piatto è buono ma troppo salato, oppure troppo cotto, o bruciato…

 

5.Pensi che sia una fortuna conoscere, o aver avuto a che fare, con professori come De Benedictis alias, appunto, Festina Lente?

 

Anche la figura del professor De Benedictis (nomen omen) rientra in quelle create prendendo lo spunto di una persona conosciuta, nella fattispecie il mio maestro elementare, che conosceva anche l’amico mancato da giovane di cui hai accennato nella prima domanda. E quando l’ho incontrato pochi mesi prima che morisse – io avevo una quarantina d’anni, lui era oltre gli ottanta – non ti nascondo che ci siamo emozionati entrambi.

Mi rendo conto che possa sembrare un racconto da libro Cuore, eppure è così. E oggi, anche se il ruolo dell’insegnante è molto svalutato rispetto a qualche decennio fa, ritengo che sia invece ancora uno dei pochi caposaldi del nostro vivere civile e forse l’unico baluardo all’ignoranza trionfante, in tutti i campi, della società odierna. Lo dico perché ci credo, non per darmi un tono in quanto provengo da una famiglia di insegnanti (nell’ordine: la moglie, un figlio, una sorella, la suocera e due cognati).   

 

6.Per ora hai scritto sei libri. Qual è quello che senti più intimo?

 

Uno dei prossimi tre che sto scrivendo. Sul tavolo ho un poliziesco vicino a essere completato e uno storico sulla vita del musicista settecentesco Niccolò Piccinni, compositore dedicatosi alla cosiddetta ‘opera buffa’ tipica di quel secolo. Ma l’impegno più importante riguarda un secondo romanzo storico, basato sulla famiglia Scarpelli che, tra i tanti componenti, ha fatto emergere lo sceneggiatore cinematografico Furio Scarpelli, tre volte chiamato a Hollywood alle nomination all’Oscar. Chi ha qualche conoscenza di filmografia, sicuramente ricorderà la famosissima coppia Age & Scarpelli – Agenore Incrocci di Brescia e Furio Scarpelli di Roma – autori di oltre 150 film nonché creatori della cosiddetta ‘commedia all’italiana’ con protagonisti Sordi, Totò, Gassman, la Sandrelli, la Spaak, Jacqueline Bisset, e tanti altri.

E tu che c’entri, si chiederà qualcuno? A costoro segnalo che mia nonna paterna, Giovanna Scarpelli, era cugina di Furio, e quindi sono andato a risalire l’albero genealogico della mia famiglia fino alla metà dell’Ottocento.

È un lavoro molto impegnativo, penso ne uscirà un libro di 500 o 600 pagine, ma credo davvero interessante, e che per me significa immergermi in almeno quattro generazioni dei miei predecessori su questo mondo.

Non sono nemmeno a metà del romanzo – penso che ci vorranno parecchi anni per terminare il lavoro - ma sarà una grande sfida professionale, artistica e soprattutto intima, in quanto assolutamente familiare.

  


7.
Se dovessi dare un consiglio a questa nuova generazione quale sarebbe?

 

Per quest’ultima domanda potrei cavarmela accampando la scusa che ormai comincio ad avere una certa età per cimentarmi con il mondo giovanile, ma non sarebbe leale. Pertanto, mi limito a suggerire tre consigli che ho messo in pratica nella mia vita fin da quando ero giovane.

Il primo: essere sempre curiosi di quanto accade attorno a noi, non chiudersi di fronte alle novità. Non significa accettare tutto, ovviamente, ma saper scegliere dopo essersi confrontato con il mondo.
Il secondo: non smettere mai di acquisire conoscenze, soprattutto in questi tempi così accelerati, dove ogni certezza viene messa continuamente in discussione.

Il terzo: vivere con ironia e senza alcuna spocchia, in particolare prima nei confronti di se stessi e poi con gli altri, quando ci hanno accettato.

Mi sembra un buon programma di vita. 

Che ne pensate?

 

 

E allora dimmi, caro lettore che sei arrivato sino alla fine di questa intervista, cosa ne pensi?

Fammelo sapere e ci vediamo il prossimo mese!

E grazie infinite a Roberto per le bellissime parole e la disponibilità!

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